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Arte Contemporanea, Fotografia e Grafica d' Arte

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Con artisti come Ivano Pardi da Castelli, lo splendido borgo abruzzese delle ceramiche storiche, il critico non deve fare troppa fatica. Non deve inventarsi acrobatiche chiavi interpretative, ammantare di riferimenti dotti e digressioni letterariamente forbite ciò che spesso è incolto, anche sanamente; fare, in fin dei conti, quello che molti artisti vorrebbero dai critici, fornire pubblica giustificazione a qualcosa che in molti casi sarebbe ingiustificabile, se non per la gratificazione individuale di chi l'ha generata. Con Pardi, invece, ci sono le opere a parlare per loro conto, guadagnandosi il proprio uditorio senza bisogno di ulteriori intercessioni, nemmeno quella del loro creatore, a giustificare totalmente la loro legittimità non solo a esistere, ma a essere ritenute fatto di pubblica considerazione, che è pur sempre il passo decisivo per uscire dalla dimensione strettamente personale dell'arte sopra evocata. Al critico, in queste condizioni, resta solo l'assecondamento esegetico, non da maieuta che cava la buona novella dal nulla e la distribuisce all'attonito volgo, figura appartenente più alla leggenda popolare che alla realtà, semmai da semplice interlocutore fra gli interlocutori, per quanto possa essere carico di preziosa esperienza a riguardo. Si tratta, in realtà, di una condizione ideale, per niente limitativa, specie nei confronti della propria coscienza intellettuale. Vediamola, dunque, quest'arte che potrebbe benissimo parlare da sola. Il problema, piuttosto, è quello di capire cosa stia dicendo, e in che ambito poter collocare i suoi discorsi. Dice bene un precedente commentatore di Pardi, sostenendo che la sua arte, non figurativa, o meglio ancora non mimetica, non vada considerata astratta, perché è quanto di più concreto, tangibilmente parlando (un' "arte-Braille", a suo modo), si possa immaginare. Obietterei, semmai, sul fatto di non poterla assimilare, almeno come categoria storica di riferimento, all'Informale, per il fatto che tale manifestazione artistica non contemplerebbe la sfera del significato, secondo quanto il commentatore avrebbe imparato direttamente dalla bocca di Peggy Guggenheim. Non è proprio così: l'Informale non contempla il significato negli stessi termini della rappresentazione mimetica, che ha un referente oggettivo a cui guardare, ma è evidente che il solo fatto di darsi sotto forma di taches, segni, gesti, sacchi o legni combusti implichi il tentativo di imbastire una comunicazione empatica, col tempo sorretta dall'evolversi di una specifica grammatica espressiva, che non può non sottintendere una significanza. Se diciamo che Pollock o Burri ci toccano, così come potremmo dirlo comodamente per Pardi, è perché attribuiamo a quel certo modo di comunicare un significato. Nel caso di Pardi, poi, concordo che il significato non solo ci sia, ma vada riportato a quanto di più ardito si possa concepire, la simulazione del processo primario con cui si è formata la materia dell'universo, ponendolo come novello alchimista - in un autoritratto all'antica del 1995, Pardi si raffigura con un'aria vagamente stregonesca, alla Cagliostro, malgrado l'abito rinascimentale -che ancora vuole contendere alla scienza moderna il primato nell'intuizione delle ragioni del mondo. Tutto, nelle opere cosmogoniche di Pardi, sembra succedere un momento dopo il Big Bang, quando l'energia infinitamente espansa finalmente comincia a contrarsi, i gas a condensarsi, dando luogo ai primi agglomerati di materia, le prime concrezioni oscillanti ancora tra la seconda e la terza dimensione, i primi nuclei da cui si svilupperà la vita. E tutto, in questa fase di totale divenire, sembra prospettare diversi universi possibili, quello che è diventato, ma anche quello che sarebbe potuto essere, se solo gli ingredienti nel crogiolo si fossero spostati verso un estremo piuttosto che un altro. Niente sembra ancora escluso, nel panta rei ancora non-mondo di Pardi, con i grumi di materia in piena azione che si aggregano su distese planari a definire geografie immaginarie, e le infinite varietà di magma cromatico ad associarsi liberamente, ora come colate bloccate, miracolosamente esentate dalla forza di gravità, ora sparpagliate da nuove deflagrazioni generatrici, liberatrici di forza incandescente, fin quando dal caos originario non iniziano a individuarsi le prime idee platoniche di quello che sarà poi l'universo finito, l'acqua, l'aria, la terra, il fuoco, la luce che si separa dalla tenebra. Affascinante, a pensare che si tratta di processi immaginati, rappresentazioni dell'irrappresentabile per le quali non sai dove finisca il probabile e cominci la sua elaborazione lirica. Nel riproporre la genesi, Pardi incarna il mito più elevato dell'artista, il ri-creatore dell'universo che si serve dell'unico, vero strumento riconducibile alla pietra filosofale, facendosi emulo per eccellenza di Dio. Neanche Cagliostro avrebbe aspirato a tanto.

 

Vittorio Sgarbi

Ivano Pardi - Sito Ufficiale